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lunedì, 20 agosto 2018

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IL CONDOMINIO E GLI ANIMALI DI COMPAGNIA

condominio cane gattoCondominio degli edifici e Animali di Compagnia

Necessità dell’intervento Legislativo Giova premettere che nell’attuale codice civile nessuna norma regola espressamente e in modo chiaro il diritto del condomino al proprio animale da compagnia, così registrandosi una variegata e multiforme rassegna di regolamenti e iniziative condominiali che testimoniano una inopportuna assenza del Legislatore dalla materia. Assenza giudicata “inopportuna” poiché è in progressivo aumento il contenzioso legato proprio alle controversie tra condomini e condomini in relazione a norme regolamentari che vietano la detenzione dell’animale o lo disciplinano con limitazioni o preclusioni a contenuto discrezionale e differenziato sul territorio. Il risultato è una generale incertezza interpretativa che incide in modo diretto e immediato sull’interesse pubblico alla prevedibilità delle decisioni (elemento che, come noto, riduce il ricorso al Tribunale) ed alla “pace sociale”, valore particolarmente sentito nell’ambito dei condomini e in generale della comunione, già in epoca romana, ritenuta come mater rixarum. E’, quindi, necessario che all’opera disgregante e differenziata delle singole assemblee condominiali o all’intervento disseminato e non univoco delle pronunce giurisprudenziali, si sostituisca la volontà sovrana popolare mediante l’alveo parlamentare. In molti casi i regolamenti condominiali vietano non solo di detenere animali negli spazi comuni ma anche e soprattutto di tenerli negli spazi di proprietà esclusiva e, cioè, in appartamento. Sulla base dell’attuale assetto normativo, il divieto di tenere negli appartamenti i comuni animali domestici non può essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo detti regolamenti importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti ad essi individualmente in esclusiva (Cass. civ., sez. II, sentenza 15 febbraio 2011 n. 3705 che conferma la sentenza Cass. civ., sez. II, 4 dicembre 1993, n. 12028). In altri termini, l’assemblea non ha il potere di limitare l’uso o il godimento delle singole proprietà dei condomini e, conseguentemente, non può vietare la detenzione di un animale di compagnia (principio di diritto pacifico, oramai, nella giurisprudenza della Cassazione; si veda anche la sentenza n. 13164 dell’anno 2001; principio ricorrente anche nella giurisprudenza di merito: v. Trib. Piacenza, 10 aprile 2001 in Arch. Locazioni, 2001, 689).  Nel solco tracciato dal diritto vivente contemporaneo, pertanto, la proposta di Legge 4168 è tesa a non creare movimenti tellurici  negli assetti vigenti bensì a consolidare gli imperativi normativi in vigore, specificandone i contenuti ed integrando il regime giuridico positivo. E, invero, il fatto che non sia consentito all’assemblea condominiale di vietare la detenzione degli animali nell’abitazione del condomino, lascia privi di regolamentazione tutti gli aspetti connessi e pertinenziali e, comunque, non impedisce al condominio di introdurre comunque clausole di divieto – in mancanza di una norma ad hoc – così costringendo il proprietario dell’animale a dovere attivarsi per l’impugnativa e la macchina della Giustizia a mettersi in moto per riaffermare la volontà statale contraria alla delibera assunta.

Diritto all’animale di compagnia

Che esista un diritto all’animale di compagnia è certo alla luce dei più recenti interventi del Legislatore. In primo luogo, a tutela del “sentimento per gli animali”, il Legislatore, nel 2004 (Legge n. 189) , ha introdotto i delitti di cui agli artt. 544-bis – 544-sexies c.p., ritenendo che, in base all’evoluzione della coscienza sociale e dei costumi, tale sentimento costituisca oramai un interesse da trarsi dal tessuto connettivo della Charta Chartarum, in particolare dalla previsione sempre-viva dell’art. 2, aperto al soggiorno dei valori man mano riconosciuti, nel tempo, dalla Società, come diritti inviolabili (anche se “inespressi”). Sul fatto che si possano desumere “nuovi diritti costituzionali”, non vi è ragione per dubitare, se non altro richiamando gli scritti Autorevoli di chi, già in data risalente, affermava che si deve interpretare l’art. 2 cost. nel senso che si è voluto affermare “non già un diritto generale di libertà, ma piuttosto un principio che non si esaurisce interamente nelle singole fattispecie previste, e perciò consente all’interprete di desumerne dal sistema altre non contemplate specificamente”. Ve ne è conferma nell’art. 5 della legge 20 luglio 2004, n.189 in cui si prevede che “lo Stato e le regioni possono promuovere di intesa (..) l'integrazione dei programmi didattici delle scuole e degli istituti di ogni ordine e grado, ai fini di una effettiva educazione degli alunni in materia di etologia comportamentale degli animali e del loro rispetto, anche mediante prove pratiche”. Ebbene: la norma scolpisce nel diritto positivo un principio che costituisce oramai patrimonio della coscienza sociale contemporanea ovvero “il rispetto degli animali”. In secondo luogo, la Legge 4 novembre 2010, n. 201, ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, fatta a Strasburgo il 13 novembre 1987 dove si prevede “che l’uomo ha l’obbligo morale di rispettare tutte le creature viventi”, e “in considerazione dei particolari vincoli esistenti tra l’uomo e gli animali da compagnia” si afferma “l’importanza degli animali da compagnia a causa del contributo che essi forniscono alla qualità della vita e dunque il loro valore per la società”. Ecco, perché, la giurisprudenza di merito, in tempi recenti, ha affermato che, nell’attuale ordinamento, “il sentimento per gli animali ha protezione costituzionale e riconoscimento europeo cosicché deve essere riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo all’animale da compagnia” (Trib. Varese, sez. I civ., 7.12.2011 in www.dirittoegiustizia.it, www.cassazione.net).  Già in passato, peraltro, i giudici avevano avuto modo di riconoscere “il coinvolgimento in termini affettivi che la relazione tra l'uomo e l'animale domestico comporta” e “l'efficacia di completamento e arricchimento della personalità dell'uomo” (Pret. Rovereto, 15 giugno 1994 in Nuova Giur. Civ., 1995, I, 133).

di Giuseppe Buffone, Magistrato ordinario del Tribunale di Varese